Il bottone - Il sito di Claudio Tonelli

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Il bottone

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Ci siamo guardati negli occhi per molto tempo mentre gustavamo con allegoria le pietanze scelte per la cena. Il sorriso scorreva come un fiume in piena sui nostri volti. I suoi dolci occhi da cerbiatto che, ad ogni sguardo,  diventavano sempre più parte di me stesso, riflettevano la tavola imbandita in un gioco di colori accesi confusi da luci sfocate.
Non ci siamo mai toccati, neanche sfiorati, in quel momento così particolare. Tante parole che andavano e venivano da una bocca ad un’altra, tanti gesti, piccoli ammiccamenti, frasi ironiche, dettagli tristi e omelie religiose. Tutto era splendidamente affascinante. Stavamo costruendo un nostro puzzle e ogni pezzo si incastrava al posto giusto.
Un vestito nero, spagnoleggiante, simbolo della passione e della sensualità, donava al suo corpo un’eleganza immaginaria, astratta, tradendo quelle forme ammalianti di bellissime donne.  Il suo viso, di leggiadra bellezza, e il portamento di rara regalità, le conferivano quel dono naturale dell’innocenza.
Eravamo uno di fronte all’altro a parlare di tutto e la noia era solo un ricordo lontano dettato da leggi aliene, che non riusciva ad entrare nella nostra sfera di gioia.
Solo il tempo, dannato e crudele, scandiva il suo passare con tocchi invisibili ed inesorabili.
Un attimo dopo i nostri sensi furono allertati. Con aria sbarazzina mi concesse di tenere il suo bel volto tra le mie braccia, mentre le mie dita sfioravano con leggerezza la sua pelle.
Un momento di poesia nella quale i miei desideri venivano allietati dalle sue provocanti concessioni e restrizioni, dalle sue indecisioni, dalle sue paure.
Un turbinio di eccitazioni che ci univano e ci allontanavano in una sorta di danza tribale di antichi popoli.
Quasi con timore, le mie dita accarezzavano la sua pelle liscia e abbronzata, mentre il suo respiro diventava, a tratti, irregolare e profondo.
Le mie labbra cercavano con insistenza le sue che, invece,  rimanevano chiuse confondendomi sul suo atteggiamento di disponibilità apparente.
Forse stavo osando troppo, forse la stavo offendendo. Forse gli scheletri di un passato recente e doloroso, stavano riaffiorando nella sua mente e le impedivano di essere se stessa. Una fiducia tradita non si riscatta con una cena. Una violenza ricevuta non si dimentica con una serata.
Però lei era li, accanto a me. E sentivo che il suo desiderio era trattenuto a stento.
Così le accarezzai con dolcezza, le braccia, il viso, il collo, nel tentativo di trasmetterle quella sicurezza che lei cercava. E quando mi guardò nel profondo dei miei occhi capii che a quell’ora e  per quel momento sarei stato parte di lei.
Avevo premuto il bottone per aprire le sue difese e celare i suoi timori, per creare una barriera con il passato e fortificare il presente, per allontanare spettri violenti e riconquistare la fiducia.
Ma il tempo corre, ignaro e inesorabile. Fa il suo dovere e lo fa bene. Ci ritroviamo, così, a salutarci per poi ritrovarci, all’indomani. Ma quella stretta finale non ci lascia. Entrambi barcolliamo nel dubbio di rivederci. Mi sento così bene nel tenerla con me, che vorrei scagliarmi contro il dio Tempo e supplicarlo di lasciarci ancora così, guancia contro guancia, cuore contro cuore.
Nessuno ci ascolta, così ci separiamo e torno alla routine.
Ma il mio pensiero corre libero verso fantasie estreme, dove il dio Tempo nulla può.

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