Il pezzo di ricambio - Il sito di Claudio Tonelli

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Il pezzo di ricambio

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Il riverbero della luce estiva che si specchiava nell’asfalto si proiettava veloce sul mio viso rendendo la mia guida difficoltosa e incerta.
La strada diritta e monotona si univa alla mia mente rendendosi complice del crearsi di immagini che, con la testa appoggiata sul palmo della mano, vedevo scorrere nei miei occhi.
Tanto tempo era passato. Le vicissitudini della vita, speranzose della gloria e della fama, portano ad allontanarsi, a cercare ciò che forse non si troverà mai. Lo specchio per le allodole è pronto, ha solo bisogno di gente come me, i vedenti ciechi, che non si accorgono delle viltà delle loro pretese, che non fiutano la trappola pronta a scattare, che non si avvedono del confine del baratro.
E’ così che si nutre la società. Di pezzi di ricambio. Quando non funzioni più, ti sostituiscono. E quando ciò avviene, non ti riservano un posto d’onore, ma uno sguardo indifferente e di disprezzo. La bocca dello stomaco si chiude, fai difficoltà a mangiare e a respirare, appoggi la tua mano sullo schienale della sedia, per riprenderti e riflettere.
E’ la sfida con la vita che hai perso. Questo è il dramma. Perché noi del popolo dei vedenti ciechi riponiamo tutto nel nostro ego. Non ci sono valori in quel momento che possono distrarci, diventiamo arroganti, cattivi, perché siamo certi che sia giusto così.
Poi, quando ci ritroviamo soli con il proprio fallimento, seduti su un letto di una camera di un hotel, ci accorgiamo quanto piccola è la stanza e quanto stretta sia stata per noi tale vita.
Solo in quel preciso momento la nostra visione si amplia, i rimorsi degli errori commessi emergono e ci vergogniamo di noi stessi. Tentiamo, allora, disperatamente, di rivalutare coloro ai quali, per anni, abbiamo riservato un trattamento di indifferenza, di inferiorità e di importanza relativa, e che facevano da cornice al quadro che avevamo dipinto con l’immagine del nostro credo che, ogni giorno, compiaciuti, ci piaceva ammirare.
Non so perchè, ma penso che loro mi capiranno e accetteranno il mio ritorno, in fin dei conti ho fatto tutto questo anche per loro.
Sono un po’ emozionato, ho passato anni a lavorare come pendolare e non mi sono mai preoccupato del pensiero, del dolore, dei miei surrogati. Ora, faccio ritorno a casa, per sempre, dai surrogati, cioè da coloro che hanno sempre subito le mie volontà e che si sono sempre abbassate ai miei voleri, per potermi aiutare nel mio obiettivo, per non distrarmi e, forse, per una loro sorta di tranquillità.
Ci vivo da sempre in questa città ma mi sembra di non riconoscerla più. O forse sono io che ancora vivo una realtà diversa, mi dovrò abituare ai cambiamenti.
Sono proprio deciso. Mi farò conoscere mostrando i lati positivi della mia persona e farò quello che mi chiederanno. Non avrò più pretese. Sarò il bastone della loro vecchiaia, la pomata per i loro dolori, il cuscino per le loro teste, il materasso per i loro sonni. Saranno contenti, ne sono sicuro, è come se ritornasse il figliol prodigo, anche se con qualche anno in più.
Svolto nella via e procedo lentamente. Ho il cuore in gola e faccio fatica a deglutire. Sono madido di sudore. Le mani umide non hanno una buona presa sul volante.
Rimarrò con loro per sempre e finalmente non farò più parte del popolo dei vedenti ciechi.
Mi fermo sulla strada e guardo il numero. Che strano c’è una saracinesca sotto l’appartamento. Spengo il motore della macchina, scendo e mi avvicino a piedi. Mentre cammino focalizzo un cartello di media grandezza, bianco con una scritta in nero.
Mi avvicino e leggo. Un brivido mi corre lungo la schiena:
E’ CHIUSO, NON SI ACCETTANO PEZZI DI RICAMBIO

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