In un pomeriggio - Il sito di Claudio Tonelli

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In un pomeriggio

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In un pomeriggio di un giorno d’autunno, sono andato in riva al mare e mi sono seduto. Guardavo il susseguirsi delle onde che mi ipnotizzavano e che rendevano fisso il mio sguardo in un punto indefinito che non vedevo, ampliando così la mia visione dell’insieme. Il mio amico mare sembrava venirmi incontro, cercava di avvicinarsi, ma poi si fermava e si ritraeva.
Gli occhi mi bruciavano, erano rimasti fissi per troppo tempo. Gli chiusi e sentì un po’ di dolore e di sollievo e una piccola lacrima scese lentamente dall’angolo del mio occhio sinistro.
Appoggiai il mio viso sulle ginocchia che tenevo unite con le braccia. Così, senza vederlo, potevo ascoltare meglio i suoi rumori che si fondevano dentro di me e sentivo il risveglio di ricordi tristi e di sensazioni piacevoli che si fronteggiavano in una battaglia di emozioni.
Una mano, bianca e delicata, scivolò dalla nuca al collo e si fermò su una spalla. Qualcuno si inginocchiò dietro di me. Un piccolo massaggio tra i capelli, qualche carezza al collo, un bacio sulla guancia.
Rimasi così, immobilizzato dal piacere e dallo stupore, incapace di reagire, ma con l’intenzione di non volermi muovere per timore che quel momento magico finisse.
Un profumo dolce, fresco, mi inebriava e mi stordiva e cercai con tutto me stesso di abbeverarmi a quella fonte luminosa di benessere.
Mi alzai pacatamente con gesti a me non conosciuti e camminai con questa figura al mio fianco. Avevo gli occhi chiusi ma non dovevo vedere, dovevo solo seguire questa luce bianca e fidarmi del mio compagno.
Sentivo crescere in me la forza di vivere, l’entusiasmo di essere protagonista della mia vita e di sentirmi utile. Ero decisamente euforico.
Poi all’improvviso, tutto sparì. Mi trovai davanti alla solita fermata dell’autobus, senza il mare e senza fantasmi, ma con una carica incredibile. In pochi attimi passai da uno stato critico ad uno di felicità.
La pioggia correva velocemente su di me, le linee tracciate dall’acqua facevano a gara a chi percorreva in meno tempo i percorsi del mio corpo.
Le seguivo con interesse, quasi con ammirazione. Non ci fermiamo mai ad osservare abbastanza le piccole quotidianità che pur nella loro semplicità hanno modo di affascinarci. Cercai di riparare la loro corsa e così le gocce rallentavano il cammino, alcune arrivavano in fondo ma altre si fermavano e sparivano.
Alcune vivevano la loro vita, altre non ci riuscivano. Esposi le braccia alla pioggia per alimentare il cammino delle gocce, ma anche in questo modo la situazione non cambiava. Un macchina sfrecciò ad alta velocità e l’acqua di una pozzanghera mi raggiunse con violenza. Mi chinai e incurvai la schiena per agevolare lo scorrere di quelle povere gocce il cui cammino assomigliava tanto a quello dell’esistenza. Le guardai scivolare rapidamente, alcune non le vidi neppure, e confondersi con quello che vi era intorno. Un piccolo elemento, da solo, è notato, visto e rispettato, ma quando gli elementi aumentano e la massa prende il sopravvento, allora il piccolo essere non ha più considerazione, si confonde, e la sua esistenza non ha più importanza.  
Mi avvicinai al ciglio della strada, allargai le braccia e guardai verso il cielo, buio, scuro, tetro, minaccioso. Aprì la bocca e ruotando il busto a destra e a sinistra, lasciai che questo movimento andasse da se.
La pioggia aumentò e tanti piccoli spilli colpivano ripetutamente il mio volto e cercavo di essere uomo del mondo, appartenere all’universo e abbracciarmi con lui.
Ma non ci riuscivo. Tentavo, ma non ce la facevo.
Mi sentivo isolato, abbandonato e il dolore crescente della consapevolezza della situazione mi gettava a terra.
Abbassai le braccia, camminai per qualche metro e mi appoggiai ad un lampione. La mia testa era bassa e gli occhi fissavano lo zampillio delle gocce che in un balletto spontaneo giocavano intorno alle mie scarpe.
Rivedevo scorci della  mia esistenza riflessi sul marciapiede, illuminati dalla luce delle insegne. Non riuscivo a distinguere le felicità, l’ottimismo aveva lasciato il posto al pessimismo, l’allegria era cambiata in tristezza e la vita era diventata morte.
Caddi in ginocchio in un pianto copioso e struggente, portai le mani agli occhi e le lacrime calde si raffreddarono all’incontro con le gocce di pioggia.
Allora mi ricordai.
Si, il mare, il mio amico mare e il mio amico fantasma. Mi ritornò in mente quello che mi era successo qualche anno prima, quando la disperazione diventò euforia. Solo che non sapevo come tutto ciò fosse accaduto. Mi accorsi solo dopo quello che mi successe, ma non ricordo come iniziò.
Preso dalla speranza, cercai di fare qualcosa perché l’evento si ripetesse. Camminai, mi sedetti, feci finta di dormire, corsi, pensai a cose strane. Niente. Non accadeva niente. Mi recai davanti ad una chiesa e aspettai. Ancora niente.
Vidi una sinagoga e aspettai. Non successe nulla. Mi precipitai in una moschea e col cuore in gola mi dissi che ora sarebbe accaduto qualcosa. Niente.
Sono tornato indietro, in mezzo alla pioggia e alle mie lacrime. Mi sono appoggiato al lampione, diventato l’unico sostegno della mia vita. E aspetto.
Sono ancora qui e attendo. Ogni tanto vedo qualche luce, ma non mi da sollievo. Non è quella giusta.
Sono ancora qui e attendo.

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