La vita continua - Il sito di Claudio Tonelli

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La vita continua

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Erano le 18,30 quando Sil tornò a casa.
Era stata una giornata di sole, un forte vento aveva spazzato nuvole ed umidità, ed aveva permesso l’arrivo di aria fresca che ristorava le persone dai caldi raggi solari.
Sil entrò in cucina con passo stanco, appoggiò una mano sullo schienale di una sedia per sorreggere il suo corpo.
Nell’altra mano teneva la borsa, la fedele amica che ogni mattina e ogni sera, gli teneva compagnia nei suoi  viaggi giornalieri.
Quell’ambiente, tanto familiare, ora lo trovava ostile, lo guardava con circospezione, con diffida, gli sembrava opprimente, non si ritrovava a suo agio in quella stanza, la prima che incontrava entrando a casa; non era più di suo gradimento, la stava odiando.
Fece un lungo respiro e si sedette con pesantezza.
Aveva un fisico prestante, formatosi con il duro lavoro del contadino, nell’epoca in cui la tecnologia era destinata solo a coloro che potevano permettersela; poi la guerra, con le sue ragioni pretestuose e con le sue assurdità, l’internamento nei campi nazisti con la frustrazione del disconoscimento della propria identità di uomo e gli orrori vissuti in terza persona, ma interiorizzati come se fossero propri, avevano contribuito a formare un carattere energico ma sensibile.
Poi, finalmente, la grande occasione.
Nell’Italia in ricostruzione, si prospettò l’ipotesi di un posto di lavoro nelle Ferrovie dello Stato, un evento, per lui, quasi biblico. Ma per aspirare a quell’impiego, doveva superare un concorso.
Corse a prendere il bando con il regolamento e le prove da sostenere, si sedette e iniziò a leggerlo. Lo teneva con forza, quasi avesse paura che qualcuno o qualcosa glielo potesse portare via. I suoi occhi correvano veloci tra le righe di quel documento così prezioso per la sua vita, per il cambiamento che tanto desiderava.
Girò la prima pagina e passò alla successiva con controllata fretta. Lesse le prime 15 righe e si fermò. Il suo volto cambiò espressione e la profonda attenzione che fino a quel momento lo aveva isolato dal mondo, sparì.
Le leggere rughe che correvano sulla fronte spaziosa si erano riempite di sudore e la sua mano, sempre ferma e decisa, prese a tremare. Dalla tasca estrasse un fazzoletto e con cura si asciugò il viso madido di tristezza.
Doveva sostenere una prova scritta e poi, se l’esito era positivo, doveva superare la prova orale. Non si preoccupava dello scritto, era un esame tra le sue conoscenze e se stesso, poteva sbagliare e poi correggersi, era un qualcosa di tecnico che non lo turbava. Ma l’orale, quello si che lo tormentava. Lo avrebbero costretto a parlare di fronte a persone istruite che avevano passato i loro anni di gioventù studiando sui meravigliosi libri rilegati a mano, che avevano frequentato ambienti universitari dove l’aria che si respirava era intrinseca di cultura e di sapere. Persone dalle famiglie facoltose che ovattavano l’esistenza dei loro figli con la protezione e le influenze politiche. Gente che abitava in case nei quartieri-bene e che alla sera amava riunirsi nei club con musica jazz, cognac e sigaro.
Lui doveva presentarsi al cospetto di codeste persone.
Ripensò alla sua infanzia trascorsa tra i campi, ai vestiti che gli erano stati passati da suo fratello maggiore e che, prima di lui, li aveva indossati suo cugino. Doveva usarli con parsimonia e non rovinarli troppo perché sarebbero serviti ai fratelli minori e chissà, a quali altri parenti.
Ricordava il duro lavoro che ogni giorno l’attendeva, e il dolore alle ossa e ai muscoli per i troppi pesi sollevati; ma ripensava anche al buon profumo che, all’ora di pranzo, si espandeva vigoroso dalle cucine della casa colonica. Le donne cucinavano per gli uomini mettendo tutta la loro abilità nel fare le tagliatelle o i tortellini, per poi riscaldare qualche avanzo della giornata prima, e alla sera, un po’ di formaggio e uova con qualche bicchiere di vino rosso. La giornata terminava vicino al camino, con i più vecchi che raccontavano le loro storie antiche piene di fascino, i bambini accucciati ai piedi dei genitori e le nonne che davano vita al fuoco muovendo il ciocco di tanto in tanto.
Alla domenica era grande festa per tutte le famiglie  perché si indossava il vestito pulito, le scarpe lucidate e alcuni mettevano perfino la cravatta. Si mangiava in grandi tavolate con le donne che si affrettavano a servire il farro o la zuppa imperiale o i cappelletti. E poi la carne saporita cucinata alla brace secondo le antiche tradizioni.
Viveva con intensità quel film che stava correndo nei suoi occhi aperti e che guardavano lontano, al passato.
Com’era stata diversa la sua vita!
Notò come era strano l’accostamento della penna, così esile e delicata, e le dita che la serravano, così forti e potenti ma privi di grazia. Le mani pelose e nodose dai calli prominenti, si presentavano ridicole al cospetto della cultura che vedeva nell’uomo esile e gracile, il massimo della sua rappresentazione.
Lo sguardò si fermò su una lunga ciccatrice nell’avambraccio: il ricordo doloroso della perdita di Jus, un suo caro amico d’infanzia.
Era la festa del patrono del paese e il clima gioioso impazzava tra i giovani. Si rincorrevano sulle strade terrose sollevando un  polverone da vecchi film del Far West, giocavano a tutto ciò che poteva essere considerato divertimento. Giochi semplici e banali, a volte ridicoli, ma pur sempre giochi, utilizzati con spensieratezza e giocosità. Non lontano dal centro del paese scorreva il fiume e con il caldo che assetava i campi e le persone, un bel tuffo nelle sue acque fresche avrebbe donato ristoro e rivitalizzato i corpi stanchi e sudati dei ragazzi autoctoni. La corrente, dapprima quasi assente, aumentava la sua forza man mano che ci si avvicinava alle rapide e manifestava il massimo della sua potenza quando le acque incontravano quelle di un altro fiume per poi, assieme, gettarsi in uno strapiombo di oltre 30 metri formando così una bella e grande cascata.
Jus era sempre il primo a tuffarsi e ad esibirsi. Un bel fisico asciutto, corteggiato dalle ragazzine, amava pavoneggiarsi mostrando le proprie abilità.
Erano una decina i ragazzi in acqua che urlavano e si schizzavano dalla gioia. Qualcuno portò una palla e subito si fecero le squadre per giocare a calcio e si iniziò l’incontro. Fin dalle prime battute si capì che quello che stavano facendo non era proprio una partita di calcio, ma un insieme di sport che spaziavano dal rugby, alla pallavolo, alla pallacanestro per poi approdare al calcio. Ma il divertimento era assicurato e questo contava più di ogni cosa.
Un colpo troppo forte e la palla volò veloce e la corrente del fiume la prese in consegna. Jus si mosse per primo e cercò di raggiungerla, quindi si tuffò e prese a nuotare con vigore. Solo Sil, il suo migliore amico, lo seguì, mentre gli altri gridavano di lasciar perdere, che poteva essere pericoloso. Nessuno dei due sentiva i richiami e le grida di attenzione e quando si fermarono per vedere la palla si accorsero che erano vicinissimi al punto di congiungimento dei due fiumi.
I due amici furono scaraventati dalla corrente contro uno scoglio affiorante e nonostante la grossa botta, riuscirono ad aggrapparsi. Ma l’acqua impetuosa stava minando la resistenza dei due ragazzi che cercavano di unire le proprie forze per contrastare la potenza del fiume. Jus era a favore di corrente e faceva una fatica pazzesca per tenersi allo scoglio, mentre Sil era dalla parte opposta e quindi le acque,  spingedolo, lo obbligavano a rimanere incollato al masso. Jus era sfinito e non ce la faceva più, le forze lo stavano abbandonando. Sil lo prese per un braccio,”non lo mollerò, non lo lascerò, mai”. Ma l’acqua rendeva sempre più precaria la presa. I due ragazzi, allo stremo delle forze, ebbero l’ultimo attimo per guardarsi negli occhi, poi Jus sparì tra le acque, con Sil che urlava, piangeva, si disperava per il triste epilogo. Sil si salvò. Nell’avambraccio aveva con un taglio profondo e ci vollero ventidue punti di sutura per richiudere la ferita.
Ma nessun intervento avrebbe mai potuto arginare il dolore del suo cuore.
Si destò da quel pensiero con gli occhi lucidi dalla commozione e nonostante fossero passati molti anni, quel ricordo gli concedeva le stesse emozioni di allora.
Riguardò il bando di concorso, appoggiò la schiena e lo sconforto si impossessò della sua mente.
Un profumo delicato e leggero, prese a volteggiare nella stanza dalle serrande semi chiuse, e lentamente scese sui suoi capelli biondi. Una mano bianca con le unghie ben curate, si posò con dolcezza sulla spalla, per poi accarezzare il viso. Le labbra morbide e fresche diedero un po’ di sollievo alla fronte umida e colma di pensieri. La sua mogliettina era corsa in aiuto. Il sostegno morale migliore che ci sia.
Gli prese il viso tra le mani, occhi azzurri contro occhi castani, e gli sorrise. “Abbiamo affrontato cose peggiori, e siamo sempre riusciti a dare un senso a tutto ciò che abbiamo fatto. Insieme saremo imbattibili. Nessuno ci impedirà il nostro cammino perché le forze che ci spingono a percorrere quella via sono alimentate dall’onestà, dal sudore e dalla lealtà”.
Quelle parole arrivarono come l’acqua sul fuoco, per spegnere il pericoloso incendio che si stava formando, e dissetarono la gola secca di chi si vedeva già sconfitto.    
Certo, si disse, metterò da parte i miei timori e parlerò di fronte a coloro che hanno avuto nell’istruzione la ragion d’esistere e se qualcuno sorriderà alle mie parole con accento dialettale, lo prenderò come un complimento, perché anch’io, a modo mio, contribuirò a rendere ancora più colte quelle persone, dando un saggio della mia cultura popolare.
Si impegnò con tutti i mezzi, per raggiungere quell’obiettivo. Lavorava nei cantieri di giorno per mantenere la sua famiglia e studiava nella notte con tenacia e ostinazione.
Sua moglie gli era accanto, calmierava l’umore, e lo incoraggiava quando gli vedeva le difese sguarnite.
Una donna di campagna, la moglie, come tante in quell’epoca, indirizzate alla cucina, a tirar su figli, a dir sempre di si al marito, a subire in silenzio. Ma lei fu molto più fortunata di tante altre. Perché il marito mai osò sfiorarla con un dito, mai alzò le mani contro di lei e mai usò violenza nei suoi confronti. Erano una coppia moderna, anacronistica per quei tempi.
Lei era tra coloro che cucinavano per gli uomini quando tornavano dai campi e passavano a dar loro da bere quando il sole d’estate, impietoso, riversava sui corpi madidi e stanchi, gli energetici raggi solari.
E fu così che conobbe Sil, il suo futuro marito. Era il più gentile e il più buono d’animo. Sempre sorridente e cordiale, non disdegnava mai una parola cortese.
Tuttavia il loro idillio che stava crescendo di giorno in giorno, fu spezzato dalla seconda guerra mondiale. Lui fu arruolato, fatto prigioniero e poi deportato nei campi in Germania. Lei, rimasta sola a casa, senza notizie, con le speranze che non muoiono mai ma che logorano dentro, a cercare di sopravvivere nell’inferno, per sognare il domani con il cielo azzurro e il canto degli uccelli.   
Tre anni durò quell’agonia e poi in un giorno in cui il tempo scuro e la pioggia fredda sembravano annunciare un triste destino, lui ricomparse, e il lungo abbraccio che seguì, proiettò i loro cuori in una dimensione che vive tutt’ora, con loro.
Libri, libri e ancora libri. Era duro, lavorare e studiare. A mezzanotte gli occhi si chiudevano e le membra cedevano di schianto. Allora Lucy, la mogliettina, accorreva in suo aiuto, con un bicchiere d'acqua, con qualche massaggio alle spalle e qualche carezza. E lui ricominciava a studiare.
Si presentò agli esami orali con determinazione, come colui che non ha niente da perdere perché sa che non potrà perdere. Era serio ma sereno, guardò la commissione senza timore reverenziale, si avvicinò alla cattedra con passo fermo e deciso. Aveva scelto di vincere.
E la vinse, quella battaglia; piccola agli occhi del mondo, ma grandissima per lui.  
Quando gli comunicarono il risultato positivo, uscì di casa e andò in un campo del vicino appena arato. Si guardò le mani e pianse. Pianse lontano da sua moglie perché l’orgoglio non gli permetteva simili debolezze, e pianse urlando, un grido di gioia e di liberazione con il quale comunicava al mondo che era giunto il cambiamento e che ce l’aveva fatta.
Tornò poi dalla moglie con la lettera e il sorriso di lei, splendido, fu un regalo bellissimo. Non ci furono parole, non erano necessarie, i loro cuori comunicavano benissimo, un battito per due persone.    
Così iniziò l’avventura nel tanto sospirato “posto fisso”, che garantiva uno stipendio mensile sicuro e, soprattutto, la sicurezza del posto di lavoro.
Ci teneva a fare bella figura e s’impegnava ogni giorno come se fosse il primo. Non si curava di coloro che s’imboscavano  
Con fierezza, andava al lavoro, e si sedeva davanti ad una scrivania, lui, il contadino, che decise di avere una vita diversa. Basta mangiare terra, voleva essere d’esempio ai figli, desiderava che avessero un’istruzione e che non restassero nell’ignoranza, perchè potessero dire la loro, per non essere schiavizzati e ridotti al mutismo.
Ma il primo esempio doveva essere lui. E così fece.
Per 35 anni, 7 mesi e 9 giorni, si recò al lavoro con lo stesso entusiasmo del primo giorno. Non fece mai un’assenza per malattia.
Gli piaceva lavorare, gli piaceva il suo lavoro.
Ma oggi è un giorno speciale.
Il momento è arrivato e la sua mente non riesce a ragionare razionalmente e non trova chiarezza.
Ha confusione in testa, pensieri scomposti, ha mille domande ma nessuna risposta.
E’ stanco. I muscoli che lo hanno sempre sorretto con potenza, ora li sentiva deboli.
Il viso è tirato in una smorfia di dolore e le rughe sono diventate solchi dove il sudore corre e s’incrocia con quelle lacrime che non avrebbe mai voluto che scendessero.
E’ triste. La disperazione di non avere più quella considerazione che fino a qualche ora prima lo faceva girare a testa alta, l’opprime.
La temibile incognita di come mantenere una dignità umana e la visione di vedersi tra i tanti, tra gli inutili, a guardare quelli che passano sotto la finestra, e a stupirsi per ciò che è banale, lo deteriora.
Non comprende come farà ad alzarsi il giorno dopo sapendo che non dovrà andare a lavorare. Come farà a non compiere più i rituali gesti? E la borsa? Cosa ne farà della sua amica di viaggio?
Dubbi su cosa farà domani, pensieri su come vivrà.
Ore 18,35 entro in casa ed incrocio il suo sguardo. I miei occhi castani vengono rapiti dai suoi occhi azzurri, profondi, stanchi, sembrano senza vita.
Il silenzio accompagna freddamente il nostro incontro. Siamo uno di fronte all’altro, immobili, le parole non escono, sono colpito dalla sua tristezza, dal suo senso di abbandono. E’ come se stesse cadendo in un baratro e mi prodigo a tenerlo con forza afferrandogli il braccio che piano piano scivola, scivola, scivola sempre più, come Jus.
Poi mi dà la sua mano, in segno di saluto, mi dona un sorriso e mi dice: sono tornato a casa, per sempre.
Ho abbracciato mio padre come non lo avevo mai fatto, una stretta di unione, per l’amore e il rispetto che provavo per lui. Una persona fantastica che mise luce nella mi esistenza e che fu un esempio di un comportamento corretto. Un’ammirazione che usciva dal legame di parentela, perché la sua vita rappresentava per me quella di un campione, che rimane sempre nel cuore delle persone anche quando la loro notorietà è in declino.
Ben arrivato, padre.

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