Limiti - Il sito di Claudio Tonelli

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Non riesco proprio a farmene una ragione.
E’ già la settima sigaretta che mi fumo in meno di mezz’ora. Sto camminando nervosamente dal tinello al bagno, dal bagno al tinello, dal tinello al bagno. E schivo con abilità e precisione millimetrica, quel bastardo di cassetto bianco che sporge da un piccolo mobiletto del corridoio, che ho, volutamente, spostato in avanti per rendere più critico il mio passaggio.
Il condizionatore non funziona. Siamo in agosto e fa un caldo bestia. E’ umido. C’è una cappa sopra la città di aria ferma e stantìa. Lo smog si confonde allegro nel grigiore di questa giornata da dimenticare.
Fisso con sguardo bieco quel portacenere di cristallo dalla forma astratta posto sul tavolo di cristallo che si regge su piccoli pilastri simili alle zampe di un cavallo.
Ma tutto in “allo” finisce? Cristallo, cavallo, callo, ballo, fallo.
Che sia un caso? Solo ora noto in modo diverso ciò che per tanto tempo è stato normale.
A me è sempre piaciuta la precisione, la definizione delle cose. La certezza delle forme crea sicurezza, calma l’ansia e mi stimola la fantasia.
Così è! E se lo è per me, lo è anche per gli altri.
Passo vicino a quell’oggetto che in un giorno come quello di oggi ha smesso di funzionare. Oh, ma questa mattina era perfetto. Sputava aria fredda, l’amico, e si compiaceva del servizio. Ora invece è soddisfatto del contrario. Vorrei prenderti a calci, sventrarti, smontarti pezzo per pezzo e rimontarti, con la soddisfazione, a lavoro terminato, di constatare che alcuni pezzi sono avanzati.
Vorrei, ma non ti do questa soddisfazione. Anche tu, come tutto in questa casa, ti stai rivoltando contro di me. Vorresti che usassi della violenza, che scaricassi l’adrenalina nelle forme più impensate. Invece no.
Io ho il controllo. Non me lo puoi portare via. Sono integerrimo, integro, perfetto.
Tutto ciò che è in questo posto è qui perché io l’ho voluto. E’ così. Non ci sono altre spiegazioni. Io non ho limiti. Quelli che ho, li ho voluti io.
E così, mentre eseguo il mio normale lavoro, vedo una scena, raccapricciante. Una persona, che considero di mia proprietà, perché tale posso definire colei che io ho portato dal nulla ad essere qualcuno, si eclissa, furtivamente ai miei voleri. Nulla di passionale, no, no, non confondiamo le nostre idee, ma direi qualcosa di peggio, di devastante, oserei dire viscerale. Che è quella forma inconscia che si crea quando si desidera ma non si ha il coraggio di desiderare, e allora ciò che si sarebbe voluto si trasforma in possesso. Esattamente come le cose che sono in questa casa. Non fa differenza. Il possesso non distingue: cose, persone, animali sono di chi le possiede.
E la mia autorità regge sovrana sopra di loro. Non sono un despota, io riconosco il loro valore e quindi loro devono essermi riconoscenti. In questo caso, LEI deve apprezzare la mia bontà.
E invece, eccola, incrociare, fuggente il mio sguardo, e allontanarsi con passo furtivo. Il suo corpo è contratto e denuncia un insistente nervosismo. Così la seguo. E la vedo.
Un macigno con peso indefinito mi cade addosso. Mi sta sfuggendo e non riesco a trattenerla.
Senza riconoscenza, Lei si atteggia, mi tiene testa. Lei, la mia preferita, la creatura che ho creato, si sta rivoltando contro di me.
Credi che sia facile sfuggirmi? Pensi che la tua volontà possa resistere alle mie violenze psicologiche, ai piccoli giochi viscidi e nascosti, che la mai perfida natura mi ha donato? No, non ce la farai, perché io ho il controllo.
E tu cassetto bianco che interrompi il mio cammino sei degno della mia violenza che sto per scatenare e ti prendo a calci, a pugni e godo del frastuono del legno che si spezza.
A passi veloci mi dirigo verso quel portacenere dalla forma indefinita che si è trasformato così per rivoltarsi contro di me, lo prendo e lo sbatto contro lo specchio e rido, rido al cospetto di tanto rumore.
Nessuna mia proprietà può decidere senza il mio consenso, io ho il controllo.
E così, stanco per lo sforzo e per il ridere mi avvicino al tavolo di cristallo, si quello con le gambe di cavallo, quello che finisce tutto in “allo”, prendo una sedia di legno massiccio e la sfascio sopra.
Ormai è un parossismo di rumori, risate e urla. Perché io ho il controllo di tutto, io ho il controllo….

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