Nero - Il sito di Claudio Tonelli

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Nero

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Io vi vedo.
Io vi sento e vi ascolto.
Vedo le vostre vite muoversi tra le mura domestiche, vedo l’aria dei vostri polmoni riempire le stanze. Vi entro dentro, sia che lo vogliate o no, ovunque voi siate, siete con me.
Così vi seguo.
Siete prevedibili, nei movimenti, nei gesti, nelle espressioni. Il caffè al solito bar, la palestra negli stessi giorni, i divertimenti negli stessi posti.
E’ così facile, farvi del male. Troppo semplice. Ma così è.
Potrei dare sfogo alle mie voglie e compiere stragi in ogni momento. Ma non ci sarebbe più la soddisfazione di vedere il terrore riflesso nei vostri occhi, il viso deforme dalla paura, sentire le pulsazioni del cuore correre nel labirinto senza uscita. Emozioni, tante e vere, soprattutto vere. Quando lo squalo morde, il sangue gli trasmette eccitazione, ma soprattutto, emozione.
Così Miriam.
Una vita normale, sempre alla rincorsa della carriera, poco tempo per i divertimenti, molto tempo per il lavoro.
Il respiro. Lo sentite? Gli sono vicino, ma lei ancora non lo sa. Guardo in alto e respiro, profondamente. Chiudo gli occhi e la vedo. Tra poco sarò dentro di lei.
Una via, la solita. E’ sempre illuminata. Ma questa sera, la via, è buia.
Mi fingo claudicante, cammino al centro della strada, sono elegante, giacca e cravatta. E’ l’ora in cui rincasa Miriam. Povera ingenua, stupida ragazza.
Rallenta la sua corsa, la stolta. Suona il clacson, mi giro lentamente, le chiedo aiuto, le dico che mi hanno assalito, le chiedo un passaggio fino all’ospedale, la mia macchina non parte, per cortesia, per favore, la prego. Si commuove, Miriam, mi fa salire e decide, in pochi istanti, di porre termine alla sua carriera e alla sua vita.
Un colpo deciso e Miriam sviene. Prendo la guida dell’auto. Poco dopo Miriam si trova nella stanza dell’oblìo.
Ora sentite il respiro?
Sono accanto a lei.  La mia mano le sfiora il collo, un tocco leggero, quel tanto che basta a farla ritrarre, d’istinto, cerca di allontanarsi, fuggire, ma è tutto inutile. Miriam ha i polsi legati ad una trave sopra la sua testa. Le caviglie sono tenute ferme da due sottili cavi ancorati al muro. Il suo corpo è ad x, il simbolo dell’incognita, perché lei non sa cosa le succederà e non sa se vivrà. Non sa niente. La sua mente alimenta la speranza, che non coincide con il risultato dell’incognita da me deciso.  
Lacrime, quante lacrime versa Miriam. Scendono, rapide, sul bel viso. La guance formano un trampolino naturale, dal quale si lanciano fermandosi, per un istante, sul generoso seno. Poi riprendono il cammino, più lento, meno lineare, fino a sparire.
Mi piace il suo profumo. Delicato e intrigante, reso ancor più intenso dal sudore. Sono dietro di lei. Guardo le sue forme. Cerca di girarsi, Miriam, ha paura, Miriam, vuole andarsene, Miriam. No, no, no, tu rimani qui.
Mi chiamo Nero.
Il nome mi è stato dato da mio padre, perché quando sono nato avevo un colore violaceo. Il cordone ombelicale mi stava uccidendo e la fatica di vivere, mi colorò il corpo. La mia carnagione ora è normale, ma la fatica di vivere è aumentata.
Un grande uomo, mio padre. La sua intelligenza si manifestava ogni giorno, e comunque quando poteva. Porto ancora i segni dei suoi ingegnosi insegnamenti. Le cicatrici formano una bella cartina geografica sulla mia schiena. Non posso più prendere il sole, non che mi esponessi molto nel passato, così ho un pensiero in meno.
La violenza era il credo di mio padre. La dose giornaliera di carezze era rappresentata da una serie di cinghiate, di calci e pugni. Così non mi sarei permesso di fare cose cattive. Già, prevenire era meglio che curare.
Un giorno mio padre tornò a casa dolorante ad un ginocchio. Per aiutarlo gli porsi la mia clava, un bel bastone robusto che avevo trovato nel bosco vicino a casa. Il nome glielo avevo dato io perché era nodoso e l’apice terminava con la testa ingrossata.
Mi guardò con sospetto, però poi lo prese e si mise a ridere. Non compresi perché rise. Da quel giorno, la clava sostituì la cinghia. Allora capì e rimpiansi quel momento.
Mio padre era il mio migliore amico. Quando mi capitava raramente di litigare con qualcuno, lui interveniva, dava sempre ragione all’altro e a me rifilava solo botte. Mai una carezza, mai una parola gentile.
Nella notte lo sentivo russare. Mi avvicinavo alla sua camera e sbirciavo dalla porta semichiusa. Mi venivano in mente pensieri strani. Il sipario si alzava e cominciava lo spettacolo. Manovravo lunghi ferri nel suo corpo puzzolente,  e le urla rinvigorivano i miei arti.  Gli procuravo ferite non mortali, perché volevo che soffrisse, sempre di più. Mi accanivo, con gioia, con vigore, con entusiasmo sul corpo martoriato. Poi chiudevo gli occhi, li riaprivo, e il copro era intatto. Di nuovo, ricominciavo il supplizio.
Dopo aver soddisfatto la mia mente, andavo a dormire, stanco, ma contento, come se fossi stato realmente il protagonista della serata.
Ma io avevo paura. Tanta paura.
Quando picchiava mia madre, io mi accovacciavo in un angolo e piangevo, e con le mani mi tappavo le orecchie, perché i lamenti della mia bella mamma mi entravano dentro e li, rimanevano, per tanto tempo.
Poi mio padre, non soddisfatto, si avvicinava a me e continuava l’opera di disinfestazione dei “topi di fogna” bastonandomi con inaudita crudeltà.
Lo intravedevo, madido di sudore, con la bava che colava dagli angoli della bocca e dal mento, sentivo il suo alito putrido e il fetore delle sua ascelle penetrarmi nelle narici, scendere e fermarsi nella bocca dello stomaco. I suoi grugniti erano orrendi e non umani.
Ma mia madre non si perdeva d’animo, e correva ad aiutarmi, si gettava addosso a me e faceva scudo con il suo corpo. E la rabbia della bestia aumentava. Poi stremato dalla fatica, vomitava, andava in camera e si addormentava.
Una situazione vissuta tante volte, ripercorsa dalla mia mente come qualcosa di non reale, da notizia di cronaca che si vive in terza persona e che si affronta con un po’ di sufficienza, perché tanto, a te, non capiterà mai.
Quella volta, io e mia mamma, ci siamo alzati con molta fatica, avevo difficoltà a respirare. Ci trascinammo in bagno, prendemmo i medicamenti. Mia mamma aveva il viso tumefatto, i suoi occhi verdi, bellissimi, non avevano più colore, non sembravano nemmeno occhi, i colpi inferti avevano aperto diverse ferite e procurato gonfiori che le cambiavano i lineamenti del volto. Il sangue era dappertutto. L’acqua fresca ci ristorava, ma rivitalizzava il dolore, non solo delle ferite esterne, ma le altre, quelle che non si vedono, quelle che sono in attesa di esplodere, con la violenza di un vulcano.
Poi, mia mamma si portò le mani allo stomaco, una smorfia di dolore si disegnò nel viso, crocevia di fiumi di sangue, si accasciò a terra, mi lanciò uno sguardo e allungò una mano verso di me che ricadde pesantemente a terra, senza vita.
Non potevo parlare, il terrore mi paralizzava ogni muscolo. La morte si era materializzata, giaceva ai miei piedi. Uno strano silenzio riempì le mie orecchie.
In lontananza sentivo un rumore. Dapprima insignificante, poi il volume aumentò, fino a riconoscerlo. Mio padre, la bestia, quell’animale mostruoso, quell’aborto nato dall’unione carnale e perverso di demoni esiliati dagli inferi, era di là. Sentivo il respiro pesante, venire verso di me con disprezzo e irriverenza. Aveva seminato terrore e morte in questa casa. Ora basta.
Ho la mente confusa a ricordare questi particolari.
Dietro la porta della cucina c’era un’accetta. La presi e mi diressi verso la camera da letto. Aprì la porta e un odore nauseabondo mi investì. Mi avvicinai senza far rumore. Non avevo paura. Le mani non mi tremavano. Ero tranquillo. Impugnai con forza l’arma, e vibrai un colpo al collo della bestia con tutta la forza che avevo in corpo.     
Ciao Miriam, ti sento tremare, non percepisco energia nel tuo corpo, mi sembri svuotata, la paura ti sta riducendo proprio male, ma è niente in confronto a quello che ho in serbo per te.
Ti stai chiedendo perché proprio te, cosa ti ho fatto di male? Devo proprio rispondere ai tuoi assurdi e infantili interrogativi?
C’è forse un perché per tutte le cose che accadono nel mondo? Si, ma nessuno lo dice. C’era un perché sulle violenze che io ho subito? Nessuno ha fatto niente, quindici anni di torture, sevizie e io doveva fare finta di niente, “sono caduto”, dicevo, “ho inciampato”, “non mi sono accorto del vetro”; mio padre comprava i medicinali in farmacie diverse per non dare sospetti. Io, che vita ho avuto, io? Rispondimi Miriam, io cosa ho fatto per essere violentato a sei anni? Non lo sai? E allora  non me ne fotte niente delle tue domande e dei tuoi pianti.
Ciò che io ho deciso, io farò.
Mi piace sfiorare con le mani il tuo corpo tremante, mi eccita.  La tua pelle di pesca vellutata, la perfezione della tua schiena e le lunghe e belle gambe. Sei perfetta. Guarda Miriam, questi sono gli strumenti che userò su di te. Urla, Miriam, urla, tanto qui non ti sentirà nessuno.
Cominciamo, Miriam.
Lo senti il mio respiro?


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