Un delfino senza nome - Il sito di Claudio Tonelli

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Un delfino senza nome

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L’acqua limpida e trasparente mi faceva scommettere con gli altri componenti del gruppo sulla profondità di quella porzione di mare, nella quale ci eravamo abbandonati al rilassamento totale, senza confini e senza pensieri.
L’oblìo che intorpidiva i nostri arti ma che gratificava la nostra mente, stava diventando il nostro migliore amico.
Stavamo così, senza proferir parola, con le mani che sfioravano l’acqua, con gli occhi abbagliati dal riflesso del sole, i nostri sensi ridotti all’essenziale, capaci tuttavia, di percepire rumori lontani e vicini, così sconosciuti dal mondo civile.
Un pesce scatola, incuriosito, si avvicinava, timoroso, alle mie dita per poi schizzar via e quindi ritornare veloce, in ciò che sembrava un’allegra danza in onore di quella, anche seppur breve, unione con la natura.
I possenti raggi solari penetravano orgogliosi nei pori della pelle, donando al mio corpo un’energia vera, forte e gratificante.
Passarono parecchi minuti prima che questo momento magico finisse.
Rapidi pensieri della vita quotidiana passavano veloci, ma non lasciavano traccia e non lasciavano scia. Il loro cammino non veniva interrotto, la strada era libera e la percorrevano rapida. Non vi erano né fermate e né capolinea, la mia mente non permetteva loro di rallentare il cammino e li guidava verso quella via obbligatoria dedicata al non ritorno.
Andate, scorci di vita funesta, lasciatemi godere degli attimi della gioia, e non siate invidiosi, perché poi, a voi, mio malgrado, io ritornerò.   
Chiusi gli occhi. Il leggero rumore del mare e la delicata brezza marina completavano l’affascinante affresco dipinto dentro di me.
Avevamo deciso di fare una vacanza famigliare, così, i mei due fratelli, i miei due nipoti ed io, prenotammo dieci giorni a bordo della Felicidad, un’imbarcazione molto bella specializzata in crociere per subacquei nel Mar Rosso del Sudan.
Al momento dell’imbarco, incontrammo gli altri sette componenti del gruppo, che ci avrebbero accompagnato e avrebbero condiviso con noi quell’esperienza che tutti erano impazienti d’affrontare.
Ci sistemammo in due cabine; i tre fratelli e cioè io, Maurizio e Gabriele in quella di sinistra e i due nipoti, Matteo e Silvia, in quella di destra, subito dopo la porta d’entrata.
Guardammo con finto interesse le nostre stanze e fingemmo di sistemare le nostre cose secondo una logica studiata. Le risate incontrollate, lo stato di tensione, il tono alto della voce e una leggera ma continua agitazione, tradivano il nostro reale stato d’animo. Non vedevamo l’ora di partire, di vedere l’alba in mezzo al mare e di immergerci in uno dei mari più belli al mondo, in posti dove l’uomo non aveva ancora distrutto niente.
Il comandante dell’imbarcazione era un veterano del mare ed era uno dei pochi che lo amasse veramente. Sempre sorridente, donava allegria e simpatia ogni qualvolta lo si incontrava.
Amava e rispettava il mare, e anche quando, anni addietro, onde altissime lo fecero naufragare, mai professò parola contro di lui. Si alzava presto Calì, questo era il suo nome, anche se la sera prima aveva fatto tardi, perché non poteva e non voleva perdersi il momento da dedicare al mare: il proprio saluto e ringraziamento. Si metteva in piedi di fronte al sole con le gambe leggermente divaricate, poi con profondo respiro si riempiva i polmoni d’aria ed espirava con le mani protese verso il mare, sibilando strani versi. Quindi si inchinava e ripeteva questo rito per una decina di minuti. Poi si sedeva e guardava il movimento delle onde come rapito dal loro gioco.
Dopo aver scoperto questo particolare di Calì, anch’io mi associai a lui in questo momento, anche se mi tenevo a distanza in un altro punto della barca. Ma non sono mai riuscito, e nemmeno avvicinato, ad avere quella espressione di totale rapimento che Calì aveva nei suoi occhi in quei momenti. Lui si sentiva parte del mare: un’unica entità.
Le giornate passavano veloci ed allegre. I nostri divelog erano pieni di appunti sulle immersioni fatte, sui magici incontri, sugli aneddoti, e come fiumi in piena le nostre parole scorrevano veloci attraverso le nostre penne che mettevano nero su bianco ciò che un giorno saremmo andati a leggere e che al nostro sorriso si sarebbe aggiunto, immancabile, un velo di tristezza.
Ci polleggiavamo sui materassini legati all’imbarcazione con il sole che massaggiava d’energia il nostro corpo, quando Calì a gran voce gridò: “Delfini, ci sono i delfini”.
Eravamo in dodici e nemmeno uno riuscì a mantenere la calma: finimmo tutti in acqua per i movimenti poco ortodossi ai quali i materassini non poterono prestar aiuto e con forti bracciate tutti cercarono di salire il più rapidamente possibile sulla barca per vedere i delfini.
Rapiti dalla loro eleganza, noi eravamo tutti lì, immobili e silenziosi. con lo sguardo fisso e gli occhi sgranati. Erano tanti, dieci, venti o trenta, non saprei dire il numero, e tutti balzavano fuori dall’acqua in una danza stupenda, ritmata: uno spettacolo sensazionale.
Vederli in televisione suscita interesse e curiosità, ma vederli dal vivo, nel loro ambiente, suscita emozione.
Poi qualcuno gridò per la felicità e subito quel rispettoso silenzio si tramutò in un’allegra euforia, con richiami, urla, e braccia che si agitavano.
Antidio e Paolo, due nostri simpaticissimi amici, si misero a correre seguendo le evoluzioni dei delfini e nel trambusto generale finirono per inciampare nelle numerose corde sparse per la barca e così Paolo cadde addosso ad Antidio, il quale a sua volta, perdendo l’equilibrio, franò contro Calì che era appena uscito dalla cabina con una pentola, dal cui interno proveniva un buonissimo odore di sugo al pomodoro.
La scena fu degna del miglior spettacolo di cabaret.
Ridemmo con gusto e senza limiti per qualche minuto, poi i nostri sguardi furono ancora attratti dai delfini.
Se ne stavano andando. Con i loro salti si stavano allontanando da noi, seguendo il loro istinto per la sopravvivenza.
Li seguimmo finchè potemmo, poi, un velo di tristezza scese su di noi e il silenzio tornò sovrano sul Felicidad.
Il gruppo si divise e ognuno si dedicò alle proprie occupazioni quotidiane.
Solo Calì rimase a guardare il mare, con ostinazione. Nei suoi occhi non c’era rapimento o ammirazione, ma preoccupazione. Il suo viso diventò teso e il corpo s’irrigidì. Mise la mano sopra la fronte per scrutare meglio il mare.
Poi bisbigliò: “un delfino sta tornando indietro. Perché?”
Lentamente mi avvicinai a Calì, il quale ripetè: “perché quel delfino non segue il gruppo?”
Lo vidi anch’io quel delfino, nuotare contro la volontà della natura che lo voleva, invece, con gli altri, alla ricerca di aree idonee alla loro vita, a posti dove il cibo in abbondanza gli avrebbe permesso di passare qualche periodo in riposo, a luoghi dove poter corteggiare, con cerchi d’amore, il compagno della sua vita.
Eppure stava venendo verso di noi. Il suo nuotare non sembrava normale, era molto veloce, troppo veloce, con movimenti non propri, direi quasi isterici.
I miei nipoti e i miei fratelli si unirono al crescente stupore e agli interrogativi senza risposta che si presentavano nelle nostre menti.
Il delfino raggiunse l’imbarcazione, ci girò intorno un paio di volte, poi si fermò davanti a noi emettendo i suoi richiami. Quindi riprese ad allontanarsi veloce verso il mare aperto, ma solo per pochi attimi. Ritornò e si fermò nuovamente davanti alla prua, nel punto in cui tutte le persone erano in attesa, e si allontanò di nuovo per poi tornare indietro.
Calì si girò verso di noi e abbandonando quella calma proverbiale che lo distingueva da tutti noi, disse: “dobbiamo seguirlo, vuole mostrarci il punto in cui è successo qualcosa”.
Non ci fu esitazione, Maurizio, Gabriele, Matteo, Silvia ed io, legati da un inconscio istinto di sangue, ci precipitammo verso quel posto riservato alla vestizione dei subacquei, nel quale l’unico arredamento idoneo era rappresentato da mute, pinne, bombole e maschere.
Con sorpresa trovammo Paolo e Antidio, anche loro volevano rendersi utili.
In silenzio ma con tenacia, indossammo i nostri indumenti, mentre Calì dirigeva la barca verso il luogo indicato dal delfino.
Eravamo in attesa, tutti e sette, seduti. Non so cosa mi passò per la mente in quel momento, ma ricordo perfettamente il viso di ognuno dei miei compagni. I nostri sguardi si incrociavano continuamente, finché la barca non si fermò. Si sentiva solo il delfino con il suo grido, forte, instancabile, assillante, terribilmente angosciante.
Calì blocco i motori e noi sette  andammo in acqua.
Pinneggiammo all’indietro per una ventina di metri, con il delfino che girava, instancabile, intorno a noi.
Dopo il segnale convenzionale, iniziammo la discesa nelle acque trasparenti del Mar Rosso.
Pinneggiavamo con nervosismo anche se cercavamo di tenere un’apparente calma. Il delfino correva veloce e girava intorno al nostro gruppo. Lo seguivamo per quello che potevamo con la speranza di non perderlo, ma era un timore in utile: era lui che ci sorvegliava, ci guidava e non ci avrebbe perso di vista.
Poi, all’improvviso, Maurizio, il primo della fila, si girò verso di noi indicando qualcosa davanti a lui.
Incuriositi, aumentammo l’andatura, lo sforzo non si sentiva, non era nei nostri  muscoli ma nella nostra mente.
Poi, la scena. Il delfino, o meglio la delfina, girava intorno al suo piccolo, intrappolato in robuste reti di colore giallo, mozziconi di una distruttiva pesca allo strascico.
Il piccolo delfino non poteva muoversi, lo aveva fatto qualche minuto prima con molta energia, ma con il risultato di trovarsi aggrovigliato e con le maglie della rete che gli serravano il corpo.
Dovevamo fare presto.
Ci disponemmo in circolo, prendemmo i nostri coltelli. Non era semplice tagliare delle reti così grosse, intrise d’acqua e con la paura di ferire il delfino che si sarebbe sicuramente mosso non appena la presa si fosse allentata.
Con calma, pazienza e molta attenzione, ognuno di noi prese una posizione ed iniziammo il salvataggio.
Mamma delfino si fermò e ci scrutava. Guardava il suo piccolo e guardava noi. Lavoravamo con vigore, per fortuna eravamo a soli 10 metri di profondità e l’aria delle bombole non ci sarebbe mancata. Ma dovevamo accelerare i tempi, il delfino doveva respirare.
Gabriele e Matteo per primi riuscirono a tagliare le corde e immediatamente presero la coda del piccolo per evitare che i sui movimenti per la libertà si tramutassero in ferite. L’acqua entrava nella mia maschera e decisi di svuotarla a lavoro completato. Per un attimo guardai il nostro gruppo. Tutti si davano da fare, spinti dal desiderio, dall’esigenza di salvare il piccolo. Era una visione fantastica. Inorgoglito, ripresi a tagliare con più forza. Resisti, piccolo, ci siamo quasi.
Mamma delfina aveva ripreso a girarci intorno. Maurizio mi fece cenno che le forze stavano abbandonando il piccolo. Ecco perché la delfina si stava agitando.
C’eravamo quasi, mancava pochissimo e le corde sarebbero state solo un brutto ricordo.
Gabriele e Matteo lasciarono la coda, e Silvia lo incoraggiò a muoversi, e in un attimo il piccolo riprese vigore, uscì definitivamente dai pezzi di corda tagliati e si diresse verso la mamma che subito lo spinse verso la superficie.
In quel mondo dai rumori ovattai e dai sereni silenzi, potemmo assistere alla scena che rimarrà scolpita nella mia mente come un tatuaggio indelebile. Mentre la delfina portava a respirare il suo piccolo, ci accorgemmo che intorno a noi si era radunato il gruppo dei delfini che avvistammo dalla barca.
Erano tanti, ci passavano vicini, ci sfioravano. Li potevamo accarezzare. Eravamo circondati, non riuscivamo nemmeno a vederci tra di noi. Era come se danzassero, in nostro onore, come una specie di ringraziamento. Per qualche minuto potemmo giocare con loro. Poi il branco si allontanò, e ci ritrovammo soli. Mi guardai intorno e vidi la stessa espressione di stupore e ammirazione in tutti i visi. Poi la ciliegina sulla torta.
Mamma delfina tornò con il suo piccolo per l’ultimo e definitivo saluto. Si fece accarezzare da tutti noi e sparì nel blu, seguendo la scia della sua vita.
Risalimmo sulla barca. Calì corse verso di noi con un gran sorriso e ci abbracciò uno per uno, ringraziandoci per ciò che avevamo fatto.
Nessuno di noi parlò, eravamo ancora rapiti da quell’evento. Guardai e sorrisi a Calì. Gli avrei voluto dire che saremmo stati noi a dover ringraziare i delfini. Ma lo tenni solo nella mia mente.
Ci togliemmo le mute e sistemammo le nostre cose nelle ceste per sub. Era tutto finito, potevamo guardarci. Un attimo di silenzio e tutti sentirono l’esigenza di abbracciarsi.
Lentamente salimmo in prua. Appoggiati alla ringhiera, miravamo un punto inesistente dove poter vedere ancora una volta i nostri amici.
Una lacrima mi scese e il vento la mischiò con delle altre, quelle dei miei compagni.

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